INTERVISTA

Intervista | Area Open Project : Patrizio Fariselli si racconta tra aneddoti e grande musica

Il 10 novembre ho avuto la possibilità di assistere al concerto degli AREA Open Project in occasione del Roma Jazz Festival, evento streaming prodotto dal Consorzio ZdB. Terminato il concerto ho fatto quattro chiacchiere con l’incredibile pianista e compositore Patrizio Fariselli.

Rompiamo subito il ghiaccio con una domanda molto diretta: quanto è importante al giorno d’oggi fare della musica uno strumento politico, un mezzo per affrontare temi di carattere sociale e formare, quindi, una coscienza collettiva?

Nel 1973, con gli AREA, decidemmo di schierarci politicamente. Lo facemmo spontaneamente, consapevoli del fatto che la musica poteva veicolare concetti di interesse sociale e stimolare ulteriormente un movimento che era già forte e ricettivo. La musica, col suo potere catalizzatore, la sua capacità dionisiaca di inebriare, ma anche di far riflettere, è lo strumento ideale per veicolare contenuti e celebrare appartenenze. Personalmente ho sempre ritenuto che la qualità e l’integrità intellettuale del lavoro di un artista siano già di per sé fattori politici che hanno la possibilità di incidere sulle coscienze. In questa prospettiva però, è indispensabile che ci sia anche la volontà/capacità dell’audience di attivare i neuroni e mostrarsi ricettiva. E qui mi fermo, perché temo che al giorno d’oggi il meccanismo si sia piuttosto inceppato. Temo che la banalità e la superficialità abbiano preso il sopravvento.

È nella tua indole spaziare tra generi differenti, coniugando sapientemente elettronica, jazz, word music e progressive. Osservando l’attuale panorama musicale italiano, secondo te, cosa manca e cosa non potrà più tornare?

Se con panorama musicale intendiamo la musica giovanile nel suo complesso, non mi pare ci sia molta luce al di là del dominio del mercato. Altra faccenda se parliamo di musica d’arte. È una discriminazione sostanziale. In ambito colto, dunque, sono molti i fermenti e, anche se non immediatamente accessibili, sono garanzia di un pensiero sotterraneo di qualità. Gli anni settanta furono un periodo ricco di fermenti creativi difficilmente riscontrabili in altri periodi storici, in cui miracolosamente grande pubblico e musica colta riuscirono a tratti ad avvicinarsi. Questo è l’humus in cui un gruppo come AREA Open Project è cresciuto ed è riuscito a prosperare, ed io mi auguro che, toccato il fondo, possano riemergere situazioni di quel tipo. Noi continuiamo a lavorare in questo senso.

Seguite ancora la musica progressive? Se sì, quali sono i gruppi validi e degni di essere citati ed ascoltati?

Confesso di non aver mai capito bene cosa sia la musica progressive e, nel dubbio, me ne sono sempre tenuto alla larga. Ora come ora non saprei chi suggerirti se non gruppi “storici”. Ma forse non sono sufficientemente informato.

Il 10 novembre avete suonato al Roma Jazz Festival in live streaming. Quali sono i pro e i contro di questa nuova esperienza? Com’è stato suonare in una sala vuota e mantenere comunque lo spirito vivo e l’emozione di un concerto?

È stato necessario impegnare una buona dose di energia psichica per mantenere la concentrazione e sostenere l’ingombrante assenza del pubblico. Ma, nonostante la situazione surreale, siamo riusciti a tenere alta la tensione creativa e a divertirci. Il concerto è un rito laico di condivisione, in cui gli officianti, i musicisti, conducono gli ascoltatori in esperienze complesse, spesso fuori dall’ordinario. Il contatto fisico è indispensabile perché questa alchimia sia davvero efficace. Altrimenti il rischio è di limitarsi al solo fatto formale.
Quindi sia benvenuto lo streaming per una maggiore diffusione della musica, ma assolutamente non come surrogato di un vero concerto.

Quale sarà, secondo te, il futuro della musica?

Molto simile al passato, direi, con la differenza che i musicisti vengono pagati sempre meno. A parte gli scherzi, non esiste popolo al mondo che non abbia una sua musica, espressione della propria cultura e l’abbia sempre usata per accompagnare i momenti più importanti della propria vita sociale. La musica è nata con l’uomo e lo seguirà nel suo destino. Detto questo, purtroppo, da molto tempo, in Italia e nel mondo gran parte della musica segue le indicazioni del mercato. Se gli anni settanta furono gli anni della condivisione, gli ottanta divennero quelli dell’apparire ed ora stiamo vivendo gli anni del vendere e consumare o, peggio, dell’investire energie a puro scopo di lucro; uno scommettere tipico della finanza speculativa. Mi aspetto si colmi rapidamente la misura e che dai giovani sorga un moto di ribellione; un rifiuto di questi valori effimeri e mortiferi; che si inizi a produrre nuova musica originale e intelligente e la si finisca con un’omologazione culturale senza precedenti.

Quanto può essere attuale un brano come “Gioia e rivoluzione”?

È un pezzo che canta la felicità dello stare insieme; l’emozione gioiosa che dà lo scendere in strada reclamando il diritto di dire la propria su ciò che riguarda la nostra vita. È qui evidente lo stridore di tutto questo con l’attuale distanziamento sociale (dovremmo chiederci perché l’hanno chiamato così). Il testo di “Gioia e rivoluzione” diventa oggi un vivo sollecito ad affrontare i problemi della vita collettivamente e ad opporsi a chi ci vorrebbe isolare in casa costringendo la comunicazione dentro i recinti digitali dei social che, ricordiamoci, sono privati e sempre più impongono di “attenersi alle linee guida della community”; un eufemismo che spesso nasconde la censura.

Quand’è stata l’ultima volta che la vita ti ha sorpreso?

Dieci secondi fa, leggendo la tua domanda. In genere siamo noi a sorprendere gli altri.

Prima di lasciarci, ti chiedo se c’è qualcosa che vorresti dire ai giovani che ti seguono e desiderano intraprendere il tuo stesso percorso musicale.

Quel che direi a un giovane è di lavorare sodo per onorare la propria e l’altrui intelligenza, andando a fondo del proprio talento e maturando pienamente come artista. Le soddisfazioni in questo senso possono essere enormi. Gli direi dunque di affrontare la musica per quello è, o almeno per quello che dovrebbe essere: un fenomeno d’arte. Lo inviterei anche ad elaborare una propria visione del mondo, un pensiero musicale personale, e di darsi da fare per condividerlo. Se invece considera la musica un veicolo per fare soldi e cercare nel modo più facile il consenso del pubblico, compiacendo il proprio ego tra masse di fan urlanti, beh, non c’è niente di male, ma non sono io la persona giusta cui chiedere consiglio.

[INTERVISTA DI GIULIA MASSARELLI]

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