“Re Minore” è il terzo singolo dei Disorient Express, nuovo tassello del percorso artistico che condurrà all’EP “Aspettando il sole”. Il brano, introdotto da un’intensa atmosfera carica di aspettativa, racconta lo stato d’animo di chi si sente talvolta spodestato e alla costante ricerca di un “trono” che forse non troverà mai.
“Re Minore” parla di una fragilità condivisa: quanto pensate che questo sentimento rappresenti la vostra generazione?
Viviamo in un tempo in cui le fragilità stanno crescendo in modo esponenziale e la nostra generazione è costretta a guardare il futuro dallo spioncino di un portone rovinato che lascia intravedere poco o nulla in prospettiva.
Il vostro nome, Disorient Express, è già una dichiarazione poetica: cosa significa oggi “praticare il disorientamento”?
La musica è di per se incontro e confronto e talvolta anche scontro (in termini creativi ovviamente) la relazione è al centro delle nostre esistenze, ma tutto questo sembra quasi marginale per alcuni ed invece dovrebbe avere più centralità nelle vite di ognuno.
L’EP “Aspettando il sole” suggerisce una tensione verso qualcosa: è una speranza o una necessità?
“Disorientarsi” è il modo migliore per avere una direzione, può sembrare chiaramente un ossimoro, ma per noi invece ha una sua logica. Se pensiamo a tutte le volte che sbagliamo direzione e ci rendiamo conto di esserci persi ed invece il più delle volte questa diventa un’opportunità proprio per uscire fuori dagli schemi e scoprire luoghi diversi, è questo il senso che diamo a “Disorient Express”.
Nel brano la monotonia quotidiana viene “spezzata” dall’incontro con l’altro: quanto è centrale la relazione nella vostra musica?
Beh entrambe le cose, proprio la necessità di trovare una speranza ci da quella visione di altro divenire, di una nuova e più luminosa prospettiva.
Le vostre canzoni sembrano muoversi tra introspezione e dissacrazione: come trovate questo equilibrio?
Le canzoni sono l’estrema sintesi di un racconto che oscilla tra ciò che sentiamo dentro e ciò che ci circonda fuori, l’equilibrio lo si trova con il “sentire” inteso come ascolto empatico incanalando le vibrazioni che ci investono per poi tramutarle in musica appunto.
Quanto conta il territorio da cui provenite nella costruzione della vostra identità artistica?
Il territorio è fonte d’ispirazione sempre e comunque perché diviene un serbatoio dal quale poter costantemente attingere, ma non devo diventare un limite, il potere della musica sta anche e soprattutto in un altro territorio ancora più vasto che è l’immaginazione che diventa commistione sinergica con le radici a cui apparteniamo.


