È uscito venerdì 27 marzo “Palermo”, il nuovo singolo di Maiogabri, disponibile su tutte le piattaforme digitali. Tra il legno di un pianoforte a coda e il respiro degli archi, il brano è una ballad all’italiana sospesa tra pop e cantautorato, che si muove come una cartolina emotiva.
Scritto di getto durante una passeggiata tra i vicoli del centro, “Palermo” si sviluppa come un viaggio interamente suonato, in cui chitarre sognanti e archi accompagnano il paradosso di chi deve allontanarsi per ritrovarsi. Sullo sfondo, resta una consapevolezza più amara: anche quando la riconciliazione avviene, immaginare un futuro nella propria terra può risultare impossibile.
“Palermo” nasce da un’immagine molto concreta — una bici, una frase, una panchina. Quanto conta per te scrivere in presa diretta, senza mediazioni?
Scrivere in presa diretta per me ha un’importanza fondamentale, tanto che mi ritrovo molto nel pensiero che avevano i grandi pittori impressionisti piuttosto che compositori. Per un artista, o meglio, una persona che fa dell’arte la sua vita, credo non ci sia niente di più bello dell’ispirazione, di quel momento brevissimo che dal nulla arriva e ti accende il cuore: poterlo cogliere è la fortuna più grande che si possa avere e così, quando mi capita di scrivere di getto come è accaduto con “Palermo”, ritrovo il mio mondo ideale.
Nel brano si sente un cambio di registro rispetto ai lavori precedenti: meno ironia, più vulnerabilità. È stata una scelta consapevole o un passaggio inevitabile?
Direi assolutamente un passaggio inevitabile, ma soltanto perché, purtroppo, gli anni passano anche per me. Quando scrivevo da più piccolino mi divertivo tanto a trovare nuovi lati del mio carattere che non conoscevo, tutte quelle novità che col passare degli anni sono diventate quotidianità, sono diventate “io sono così”. In questo senso mi affascina molto crescere, perché per quanto io creda di essermi capito la mia musica cambia ancora, ha nuove sfumature. Per carità, ho nel cassetto un mare di brani taglienti e chi viene ai live ne ascolta spesso qualcuno. Ma quanto è bello mostrarsi anche più “dolci”?
La città nel pezzo non è solo sfondo ma quasi un organismo vivo. Che tipo di relazione hai oggi con Palermo?
Con Palermo oggi ho un rapporto bellissimo, lo stesso rapporto che si ha con la propria casa quando, tendenzialmente, giri in ciabatte e mutande senza paura di giudizio. Ho la mia vita qui, le mie amicizie, i miei amori, e anche se adesso ho fatto a pace col desiderio di scoprirmi ulteriormente e di immaginarmi in altre terre, altre città, altre vite, ora non ho più paura a pensarmi lontano da qui, perché so che Palermo mi cullerà per sempre, anche da lontano.
C’è una frase molto forte: “la mia casa è solamente un posto in cui dormire la notte”. Oggi ti senti ancora così o qualcosa è cambiato?
“La mia casa è solamente un posto in cui dormire la notte” è una frase che, vi dirò, stando ai feedback che ho ricevuto secondo me è stata interpretata in maniera troppo severa, ma va bene così: sono un grande fan dell’interpretazione libera e anche per questo il brano è molto largo, così da raccontare con le stesse parole più storie possibili. All’atto pratico per me, e sottolineo per me, la frase racconta di questa fase della mia vita per la quale sto fisicamente sempre in centro città, a passeggiare e a studiare: la mia casa, la mia VERA casa, è davvero un posto in cui sto soltanto per dormire la notte, era così quando qualche anno fa ho scritto la canzone, ed è così ancora oggi.
Certo, c’è chi direbbe “questa casa non è un albergo” – come in effetti fanno i miei genitori – ma questo è un altro discorso.
Il brano parla anche del paradosso tra partire e restare: secondo te è una condizione generazionale o qualcosa di più personale?
Grazie per aver messo in risalto questo tema, secondo me fondamentale nel brano. Beh, la domanda è difficile, ma credo che partire o restare, qui in Sicilia particolarmente, sia una condizione più generazionale che personale, che credo tra l’altro si stia affievolendo vi voglio dire anche per merito nostro, ragazzi degli anni 2000. Partire o restare, d’altronde, non è un tema nuovo da queste parti, si pensi alla grande emigrazione in America di fine 800’, e così non è difficile crescere con l’attenzione alle carenze e alle difficoltà lavorative e professionali di questa terra, alle volte più frutto di un pregiudizio che di una realtà. Tuttavia, mi piace sempre notare come gli esseri umani cambino e maturino, così che adesso mi confronto spesso con amici coetanei che guardano alla situazione in maniera differente, più incentrata sulle necessità che sulle mancanze. Siamo la generazione del cambiamento ecologico, sono sicuro che saremo anche quella del rilancio del meridione italiano, che tanto semina e troppo poco raccoglie. Però, per farlo, dobbiamo prima imparare cosa c’è oltre.
Se “Palermo” fosse una fotografia, quale momento preciso racconterebbe?
Se “Palermo” fosse una fotografia sarebbe sicuramente un bel campo largo sulla folla di via Maqueda in un qualsiasi giorno settimanale, alle sette del pomeriggio. Mentre in molti tornano a casa dopo una stancante giornata di lavoro, si vedrebbero i turisti cercare un locale in cui mangiare cucina locale, gli studenti correre verso l’autobus 101, e i ragazzi cominciare a popolare la movida serale. In un angolo della foto, invece, ci sarei sicuramente io, intento in non si sa quale cammino millenario da una punta all’altra della città, esagerato come sempre. Protagonista, infine, Palermo, con i suoi lampioni caldi e la sua vitalità contagiosa.


