Cristina Siciliano è una performer internazionale — cantante, ballerina e attrice — attualmente in tour con Caparezza come performer per Orbit Orbit, l’album vincitore della Targa Tenco 2026 come Miglior album in assoluto. La sua carriera l’ha portata sui palchi di tutto il mondo: ha calcato il palcoscenico della Sydney Opera House e collaborato con realtà come Yamaha Music Europe. Con “Il Tempo Vola” porta nel progetto la sua versatilità scenica e vocale, dando corpo e voce alla protagonista femminile di questa storia in musica.

1. “Il Tempo Vola” racconta l’amore come un piccolo musical in tre atti, dal colpo di fulmine fino alla quotidianità di coppia. Che cosa ti ha colpito maggiormente di questo modo ironico e teatrale di rappresentare una relazione?
Il fatto che non sia la solita canzone a lieto fine: è un reality check. Diciamoci la verità, le relazioni stanno cambiando, e con loro il modo di viverle. All’inizio si romanticizza e si idealizza tutto, poi piano piano cadono i paraocchi e si iniziano a vedere i difetti dell’altro — e con la convivenza, spesso, si arriva a punti di non ritorno. Quello che mi ha colpita è la teatralizzazione del litigio nella strofa finale, e insieme la semplicità con cui si può chiudere una relazione prima che diventi tossica. Trovare la forza di dire “ok, ci abbiamo provato, e ora di comune accordo finisce qui” è una dinamica attualissima e molto sentita, perché troppe volte finiamo per accontentarci. La canzone comunica proprio questo: ci abbiamo creduto, ci abbiamo provato, e ora ciao — ognuno per la sua strada.
2. Nel brano duetti con Pasqualino Beltempo, con cui condividi un’amicizia di lunga data. Quanto ha inciso la vostra complicità personale sull’interpretazione e sulla naturalezza del dialogo tra i due protagonisti?
Ha inciso moltissimo, già dallo sviluppo dell’idea stessa di collaborare in una canzone. Ci siamo divertiti anche a distanza — lui a New York, io in giro per il mondo — confrontandoci in videochiamata, finché non ci siamo incontrati in Italia e abbiamo finalmente potuto registrare la canzone assieme, in studio a Bari. Con una persona che conosci da vent’anni, con cui hai studiato teatro e condiviso il palco in vari spettacoli e nel tour Exuvia di Caparezza, la naturalezza è inevitabile. Studiare e lavorare in teatro crea amicizie per la vita: sono le persone con cui esplori la tua sensibilità, ti apri, ti esponi, superi barriere e limiti. Il teatro unisce più di ogni altra cosa.
E in questo dialogo c’è anche un terzo complice: Gabriele Mastropasqua, grande professionista e amico, che ha saputo creare un arrangiamento ad hoc in stile big band, con dentro perfino degli easter egg nascosti — ascoltando con attenzione si scopre “La Vie En Rose” sotto la prima strofa di Pasqualino e il tema del film “Up” durante la mia. Anche questo racconta la complicità che c’è dietro al brano.
E poi, ovviamente, in vent’anni ci siamo anche scontrati più volte — siamo famosi per le nostre liti: lui mi rinfacciava che ero troppo ritardataria, io che era troppo preciso. Capirete che interpretare il battibecco di coppia del brano mi è venuto più che naturale!
3. Alcuni passaggi del testo sono stati costruiti partendo dai vostri difetti reali e dalle abitudini che, negli anni, avete imparato a sopportare a vicenda. Quanto è stato divertente trasformare elementi così personali in materiale musicale?
Moltissimo. Le amicizie più belle sono quelle in cui arrivi a conoscere una persona così a fondo che quasi puoi prevederla: sai come reagirà, e in base a quello sai come prenderla — smussi i tuoi angoli, lei i suoi. Dichiarare i nostri difetti in musica è stata una dichiarazione aperta di affetto, e un esercizio di forte autoironia da parte di entrambi.
La cosa divertente è che ora molti curiosi vanno ad ascoltare il brano apposta per scoprire i nostri vizi, e finiscono per ritrovarsi in qualche luogo comune di coppia: quante volte mi sono sentita dire “anche da noi uno dei due ruba il lenzuolo nel sonno!”, oppure “il mio è identico, assillante uguale!”. E ci tengo a precisare una cosa: non sono proprio TUTTI difetti nostri, eh!
4. Sei una performer completa, abituata a unire canto, danza e recitazione su palchi internazionali. In che modo questa esperienza ti ha aiutata a dare voce e carattere alla protagonista femminile di “Il Tempo Vola”?
Andare in giro per il mondo è prima di tutto una scuola di vita: impari, incontri, assorbi tecniche e approcci al palcoscenico molto diversi tra loro. E un brano in stile musical come questo è esattamente il terreno in cui quelle tre discipline — canto, danza, recitazione — smettono di essere separate: la protagonista prende vita solo se le fai lavorare insieme, come su un palco.
E poi c’è lo swing, che con questo brano c’entra moltissimo. Ho vissuto e lavorato in Paesi molto diversi, e ognuno mi ha lasciato qualcosa: in Messico cantavo nelle piazze con una band swing, in concerti organizzati dal Ministero della Cultura di Jalisco per diffondere questo genere — aprivamo i concerti dei grandi mariachi. In Svezia ho lavorato all’Herräng Dance Camp, il più grande festival mondiale di musica e danza swing, come coordinatrice creativa delle attività: lì ho studiato, conosciuto personaggi illustri di questo mondo e mi sono anche buttata a cantare con loro. Lo swing mi mette sempre di buon umore, ed è spesso ironico persino nei testi — non a caso “Il Tempo Vola” è musical theatre, sì, ma molto swingato. È una musica che in Italia si sente poco, ed è un vero peccato: chissà che questo brano non aiuti a farla riscoprire.
Il mio studio, comunque, è sempre stato incentrato sulla voce, ma con una componente fisica costantemente presente, ed è proprio il corpo che mi ha aiutata di più, perfino in sala di registrazione. Questo brano non avrebbe avuto la stessa verve se lo avessi registrato da ferma: mi sono mossa, ho gesticolato, ho “recitato” la scena mentre cantavo. Il movimento nutre sia il canto che la recitazione — è un principio su cui lavoro anche come Public Speaking coach — e in un pezzo così teatrale fa la differenza: anche se la protagonista non la vedi, il suo corpo lo senti nella voce.
5. Il brano suggerisce che l’amore non sia fatto soltanto di grandi dichiarazioni, ma soprattutto di imperfezioni, litigi e gesti quotidiani. Qual è, secondo te, l’aspetto più autentico e sorprendente della vita di coppia che la canzone riesce a raccontare?
Ti rispondo ribaltando un po’ la domanda: l’aspetto più autentico che la canzone racconta è che l’amore, a volte, finisce. Il concetto è proprio “de-romanticizzare” l’amore, toglierlo dal piedistallo e riportarlo alla realtà. E la comicità sta tutta lì: si canta in stile musical — il linguaggio del “per sempre felici e contenti” per eccellenza — ma poi il finale lieto non arriva. Meno Biancaneve, più realtà: essere veri nella coppia e sapersi lasciare andare se non funziona. Perché succede, dopo la convivenza, di scoprire che non si è fatti l’uno per l’altra come si pensava — e va bene così.
È un concetto che attraversa tutto l’album “Se la vita fosse un musical”: la vita vera non è quella delle storie che andiamo a vedere a teatro, è fatta di molte più sfumature. E con questa canzone proviamo a scardinare un tabù, a naturalizzare anche il lasciarsi — soprattutto dopo la convivenza — senza che debba per forza essere un dramma.


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