Michele Licciardi nasce a Catania. Si avvicina al cantautorato italiano in età più matura, e compone brani, dei quali alcuni fanno parte del suo primo album solista; Non sono un cantautore alternativo, per Noja Recordings di Carlo Barbagallo. La ricerca musicale di Licciardi è imperniata nel far dialogare la testualità del cantautorato italiano con sonorità di respiro più internazionale ed esterofila. Dal 2018 è chitarrista della band bolognese indie-pop Lapara, con la quale ha realizzato due EP. Da due anni, in collaborazione con il BlapStudio di Milano, di Antonio Polidoro, lavora al suo secondo disco solista, in uscita per l’anno prossimo.

Licciardi benvenuto su Rifugio Musicale! Raccontaci di te, qualcosa che non sia già scritto sulle biografie ufficiali!

Ciao e grazie a voi!

Generalmente di me parlo poco, perché non amo l’attenzione, paradossale per un cantautore, lo so. Però questa è la mia natura; timida e introversa, da sempre. L’altro giorno però, con un amico è uscita fuori una storia; si parlava di quando e come entrambi abbiamo scelto di diventare musicisti o semplicemente di iniziare a suonare uno strumento. Ve la racconto.

Ho deciso di diventare musicista per la prima volta a 11 anni, quando uscì il disco By The Way dei RHCP, nel 2002. Ero seduto davanti alla tv a cena, era estate, c’era il Festivalbar. All’improvviso dopo una serie di dimenticabili cantanti, e classiche “meteore” in pieno stile 2000, arrivano questi animali da palcoscenico in uno stato di totale trance musicale, e iniziano a suonare.

Fu come per un bambino degli anni ’60 vedere in Beatles in televisione. Noi ragazzi di quegli anni non eravamo ancora abituati a robe del genere; non c’era internet, non c’erano i cellulari (adesso faccio il boomer lo so) non c’era granchè. La nostra cultura musicale si alimentava sostanzialmente con: Festivalbar d’estate e Top of the Pops d’inverno, quando, di ritorno da scuola, per mezz’ora al giorno ci era dato il privilegio di annusare quello che stava succedendo nel mondo della musica mondiale.

Il giorno dopo l’esibizione dei RHCP al Festivalbar (26 maggio 2002) mi recai nell’unico negozio di musica del mio paese con mia madre per farmi regalare By The Way. Ovviamente il disco non era ancora arrivato, figuriamoci. “Però c’è questo dei Red Hot Chili Peppers” mi dice il commesso del negozio; era Californication. Lo presi, o meglio, mia madre lo prese. Tornai a casa, misi Californication sullo stereo e fin dalla prima nota della prima canzone, capì chiaramente, senza nessun dubbio, che quello che volevo fare da grande era suonare in una band, scrivere canzoni, andare in giro per il mondo.

Ovviamente tutto questo è rimasto ancora in gran parte un sogno; la vita ti porta un po’ dove le pare a lei, il più delle volte, e bisogna avere tanta tenacia per portare avanti la propria musica, perché i tempi sono cambiati (sto ancora facendo il boomer), la musica è cambiata. Però ecco, mi ritengo fortunato ad aver vissuto quell’epifania 21 anni fa, che ancora oggi ricordo come se fosse successa ieri.

Da quale background musicale deriva la tua ispirazione? C’è un gruppo o un artista in particolare che reputi più vicino al tuo stile?

Come detto prima, ho iniziato a suonare la chitarra elettrica dopo aver visto i Red Hot Chili Peppers, e in particolare John Frusciante con la sua Fender Stratocaster fiammante. Il mio genere principale è stato quello per tutta l’adolescenza poi è arrivato Hendrix e ho iniziato a perdermi nel mondo della psichedelia e dell’acid rock.

Per me è stato poi importante la scoperta del blues del Delta del Mississipi, ovvero quella forma musicale che si era venuta a formare nelle praterie del Mississipi, principalmente per mano di schiavi di colore. Il blues è stato (e ancora in parte lo è) la maggiore fonte di ispirazione per la mia musica e per il mio playng con la chitarra.

In età più “adulta” ho scoperto il cantautorato italiano e mi sono innamorato dei classici De Gregori, Battisti, Dalla, fino ad arrivare a cantautori più moderni come Niccolò Fabi che io reputo il più grande poeta e cantautore del nostro tempo, e mia continua fonte di ispirazione musicale e di vita.

Per quanto riguarda un artista o un gruppo che sento vicino a me non saprei rispondere: cerco di essere il più personale possibile e di rubare un po’ qua un po’ là dai grandi artisti e provare a fare qualcosa che alla fine risulti mia e mia soltanto.

Cosa non può mai mancare nelle tue canzoni e cosa ti fa capire che un pezzo è veramente maturo?

Una domanda molto difficile. Provo a rispondere.

Nelle mie canzoni sicuramente quello che non deve mai mancare è la verità. Secondo me bisogna essere sempre reali e onesti quando si scrive una canzone. Cercare il ritornello che rimane in testa a tutti i costi, la hit che spacca, la strofa corta al punto giusto ecc. sono per me, tutte operazioni falsificatorie della musica, in un certo senso sono delle grandi bugie.

Quando ad esempio mi rendo conto, mentre scrivo una canzone, di stare cercando il ritornello che rimane in testa, o il riff di chitarra un po’ semplice e accessibile a tutti, mi interrogo: perché sto facendo questo? Per chi sto scrivendo un brano? Per mè stesso o per gli altri?

Ecco, io credo che scrivere canzoni sia prima di tutto un processo personale che deve essere scevro di intermediazioni o filtrazioni varie: bisogna scrivere quello che si vuole scrivere, poi se il tuo pezzo arriva alle persone e le persone lo cantano, tanto meglio sennò amen. La ricerca costante della popolarità mi spaventa mortalmente, così come il cercare a tutti i costi un “metodo” collaudato che possa permetterti di scrivere tante canzoni e che siano tutte orecchiabili. Per me non c’è un metodo, una formula, i cantautori non sono dei tecnici, ma dei poeti, fino a prova contraria.

Sulla maturità delle canzoni non saprei; alcuni miei pezzi vecchi ad esempio sono per me oggi ancora attualissimi e ne sono ancora soddisfatto, altri vorrei non averli mai scritti. La maturità è un concetto assai relativo nella musica, alcuni artisti, ad esempio, sono maturi già a 18 anni altri a 40. Per quanto riguarda me non so se la mia musica abbia raggiunto la giusta maturità, speriamo!

L’estate volge al termine e nel mentre esce il tuo nuovo singolo “Art Attack”, ti va di parlarcene?

“Art attack” è una canzone d’amore nuda e cruda.

È un inno al resistere insieme, all’importanza di avere la persona giusta al proprio fianco, la persona che sia in grado di fare, appunto, l’“Art Attack”, la magia. Chi ha la fortuna, come me, di avere al proprio fianco una persona di grande spessore umano, si sente certamente meno solo. “Art Attack” racconta, sostanzialmente, tutto questo.

C’è un sapore che attribuiresti alla tua musica? Dolce e delicato o amaro ed intenso?

Oddio, non saprei.

C’è sempre una sorta di amaro sicuramente, perché io ho la sfortuna di essere un insopportabile cinico e cerco sempre di vedere il lato negativo nelle cose. Poi forse si, c’è anche del dolce e del delicato, forse un po’ tutto insieme. Fate voi!

Quanto ha influenzato il tuo luogo di origine nella tua musica? E invece il luogo che ti

ospita?

Sicuramente tanto.

 Io vengo dallo stesso paese dove è nato Franco Battiato; Riposto, in provincia di Catania. Qui mi sono formato come uomo e come musicista, poi a 25 anni sono andato via ma indubbiamente, la Sicilia è un posto che, nel bene e nel male, ti porti sempre appresso. Sembra banale dirlo ma è così, chi nasce e cresce in posti come quello dove sono nato io, secondo me, ha una predisposizione quasi naturale alla malinconia.

Bologna invece è un altro mondo. È una città bellissima, vivissima e ricca di cose e stimoli. Però è una città medio-grande con tutti i pro e i contro del caso. C’è tanta musica, si, tante cose da fare, però è difficile riposarsi, isolarsi. Si corre tanto, spesso troppo.

Ma anche a questa città devo molto, qui ho imparato tanto e ho conosciuto delle persone stupende in questi sette anni.

Sogni nel cassetto?

Il mio sogno è ancora rimasto quello di quando vidi i RHCP al Festivalbar, forse con un po’ di realismo e consapevolezza in più ma voglio ancora portare la mia musica in giro, farla conoscere alle persone. Voglio fare il musicista.

Licciardi, siamo arrivati ai saluti e io ti ringrazio per essere stato

Grazie a voi per avermi ospitato. Un abbraccio.