Sebastian De Wil, pseudonimo di Federico Aiese, è un cantautore e compositore della scena musicale napoletana. Il suo stile fonde studi classici di pianoforte e composizione con sonorità elettroniche, creando un sound intimo e sperimentale. Dopo una formazione al Conservatorio di Salerno, esordisce nel 2022 con i singoli Epic Hero e The Dance Of Smoke. Nel 2023 pubblica l’EP White Lies e avvia un percorso live. Nel 2024 presenta Tessitura e arriva in semifinale al Music For Change Award. A dicembre esce il singolo Freddo, seguito da Sogni di cera il 7 marzo 2025.

  1. Nel tuo nuovo singolo “Sogni di cera” il pianoforte e la voce si fondono in un unico organismo sonoro. Come hai lavorato per creare questa simbiosi tra strumento e voce?

L’idea di creare questa interazione, questo dialogo profondo tra pianoforte e voce, è nata rendendomi conto che, cantando con il pedale di risonanza abbassato, la voce riusciva infiltrarsi nell’ amplificazione dalla cassa armonica del piano, risuonando come la cordiera e rubando alla camera dello strumento una sorta di riverbero naturale. Ho cercato poi di interpretare e trasfigurare questa cosa grazie all’elettronica e alla post produzione del brano. Ho registrato prima l’accompagnamento del pianoforte e poi vari altri suoni come il cigolio dei pedali, le corde e le risonanze della cassa armonica. Una volta registrata la voce, ho poi editato le varie clip audio provando ad immaginare una drammaturgia di questi due strumenti. Ad una parola o ad una sfumatura timbrica della voce corrisponde l’intervento di un gesto del pianoforte campionato e viceversa. Volevo ricreare quella percezione onirica che supera la netta differenza e distanza fra le cose. Quando sogniamo le immagini sono sbiadite, i sensi rimescolati, un po’ come il pianoforte e la voce in Sogni di cera.

  1. La tua musica sembra sospesa tra il mondo classico e l’elettronica contemporanea. Come riesci a bilanciare questi due universi sonori senza che uno sovrasti l’altro?

Le possibilità sonore oggi sembrano infinite e l’elettronica con la sua vastità di possibilità rischia paradossalmente di mettere in crisi il processo creativo. Nel mio caso, sto provando da un paio d’anni ad utilizzare l’elettronica partendo sempre dal materiale audio che ho a disposizione. Bilanciare questi due universi è in realtà forse più semplice se si immagina uno come l’espansione dell’altro e non come due mondi separati che devono necessariamente interagire fra loro. In un mio pezzo intitolato Lunar Phases, che uscirà con al mio album Dentro me c’è un altro il 28 Marzo, ho provato per la prima volta a creare momenti di elettronica come beat, synth ecc., utilizzando solo campionamenti di tracce audio di piano, voce, archi e suoni registrati e processati. Mi sorprese come il suono generale risultasse più organico e coerente e da lì ho applicato questo criterio in altri brani come Sogni di cera. In questo caso infatti tutti gli interventi dell’elettronica sono creati grazie ad effetti e tecniche di post produzione che modificano il materiale audio preesistente. Oggi il mondo classico contemporaneo è a stretto contatto con l’elettronica, molti compositori lavorano sia con la scrittura strumentale che con quella elettronica o addirittura scrivono per strumenti rifacendosi all’elettronica e viceversa. Ecco, oltre ai miei tentativi mi ha aiutato e mi aiuterà sempre ascoltare tanta musica di questo tipo per poter bilanciare i due universi sonori e per imparare ad organizzare le idee.

  1. Hai descritto la tua visione della “napoletanità” come qualcosa di distante dagli stereotipi tradizionali. In che modo Napoli ha influenzato il tuo stile e il tuo approccio alla musica?

Napoli è dove affondo le mie radici, è inevitabile che mi abbia influenzato ed ispirato fino a ora. Sono però riuscito abbastanza tardi a lasciarmi conquistare dalle sue mille contraddizioni perché non pensavo che in questa città ci potesse essere spazio per la mia musica. Mi affascina come a Napoli lo scenario possa cambiare repentinamente. Labirinti di stretti vicoli intrecciati sfociano in piazze enormi. Un’ urbanizzazione estrema viene sorvegliata da un grande vulcano e circondata da un’immensa distesa d’acqua. Sono cose che affascinano e inquietano allo stesso tempo. Per me oggi è importante sottolineare la mia napoletanità per raccontare dell’esistenza di una scena musicale locale che non fa del suo dialetto l’elemento caratterizzante della sua ricerca. In una città così ricca di realtà perché non promuovere anche artisti che hanno altro da dire al mondo oltre a voler ricordare sempre di essere fieri partenopei utilizzando mezzi anche abbastanza antiquati? Io vivendo qui ho imparato ad essere curioso nei confronti dell’altro, del diverso, questo è ciò che mi stimola. Napoli per me è uno slancio, è la curiosità che mi spinge ad affacciarmi su nuove strade emotive e musicali, non rappresenta un’identità fissa.

4.        Il tema del sogno e della sospensione tra realtà e immaginazione è centrale nel tuo nuovo brano. Quanto conta per te l’elemento onirico nella tua scrittura musicale?

In realtà è la prima volta che in una canzone parlo di sogni e cerco di evocare lo stato onirico attraverso i suoni. Il processo di scrittura però spesso assomiglia ad un sogno vivido, per la sua velocità e inconsistenza. La confusione con cui si manifesta la spirale d’idee quando cerchiamo di decodificare i nostri sentimenti ricorda molto l’inafferrabilità delle cose che ci appaiono in un sogno. Forse è per questo che la scrittura di questo pezzo è stata così immediata e fluida, in qualche modo parla anche della sensazione che spesso sta alla base del processo creativo. In ogni caso l’elemento onirico non ha un valore predefinito nella mia scrittura, è solo un’esperienza che ho voluto raccontare attraverso parole e suoni.

  1. Dopo “Sogni di cera”, cosa possiamo aspettarci dal tuo prossimo album “Dentro Me c’è un altro”? Ci saranno nuove sperimentazioni sonore o una continuità con il tuo percorso artistico precedente?

Ci saranno sia novità che molte affinità musicali con quello che ho fatto fino ad ora. Dentro me c’è un altro si doveva chiamare Prima Raccolta inizialmente, proprio perché è una raccolta di diversi pezzi che ho scritto negli ultimi tre anni. Alcuni di questi pezzi sono molto simili a Sogni di cera per il tipo di suono e di sperimentazione. Altri, essendo appartenenti a periodi molto diversi, hanno una sonorità e un contenuto molto diverso. Solo quando ho deciso di raccogliere i vari pezzi ho scoperto poi il filo conduttore che, a mia insaputa, aveva tessuto questi vari mondi sonori fra di loro. Posso dire che l’album parla dell’altro che c’era in me durante la scrittura di ognuno di questi mondi che nonostante diversi, sono accomunati dalla stessa esigenza comunicativa e dal fatto che dentro me c’è ognuno di questi.