Una raccolta di testi, in versi, accompagnati da illustrazioni di Elisabetta Campisi e arricchiti dalla registrazione di un album omonimo, ispirato alle poesie stesse. Questo è il cuore di “L’ultima lucciola”, il nuovo progetto letterario e discografico della cantautrice siciliana Beatrice Campisi, disponibile per Mezzanotte e Edizioni Underground? (distribuzione fisica IRD e digitale Believe Digital). È online il videoclip di “Elanbeco” (realizzato da Lù Magarò), un brano che si ispira alla grande tradizione popolare e si chiude con un’antica filastrocca in dialetto siciliano. Dopo la presentazione in anteprima al teatro Lanterna di Siziano (Pavia), i prossimi appuntamenti saranno il 5 aprile all’Arci Pessina di Milano (full band) e il 13 aprile all’Arci Aurora di Firenze, in acustico.

Si tratta di un percorso narrativo, fatto di testi, musiche e immagini, che cerca di aprire una finestra su sé stessi e sulle ingiustizie del mondo. Un viaggio fra brani in italiano e in dialetto siciliano con un impasto sonoro che si muove tra folk-rock, pop e radici mediterranee.
L’ispirazione per la scrittura e la realizzazione grafica e musicale nasce da semplici suggestioni, che cercano di aprire una finestra su sé stessi e sulle ingiustizie del mondo, sul senso più astratto e simbolico della realtà, con una sorta di estraneità lucida, che si lega a oggetti e luoghi concreti, poi trasfigurati in impressioni fugaci. Si tratta di uno stile introspettivo, che punta all’essenza attraverso tinte cangianti e una forte predominanza di energia femminile.

La suggestione per il titolo, nasce dalla lettura di un articolo di Pier Paolo Pasolini, noto come “L’articolo delle lucciole”, uscito sul Corriere della Sera nel 1975, a pochi mesi dal brutale assassinio dello scrittore. Pasolini paragona metaforicamente “il vuoto del potere” (titolo originale dell’articolo) di quegli anni di violenza sociale in Italia, alla progressiva scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento. Una frattura insanabile, che, nell’immaginario della Campisi, lascia spazio a un fragile filo di speranza, “una scia d’illusione [che] rimane a lampeggiare / come l’ultima lucciola / in mezzo allo smog”.

Composto da 8 brani, il disco (prodotto da Alosi) prende il via con Elanbeco, nome di un ulivo secolare (dall’acronimo dei nomi della famiglia di Beatrice), nato e cresciuto in Sicilia, che assiste alle alterne vicende storiche dell’Italia, dal Risorgimento all’attuale crisi climatica, passando per le guerre mondiali, il 2 dicembre del ‘68 e le stragi di mafia. La natura, pur messa a rischio dall’uomo, resta a guardare con indifferenza le vicissitudini umane, che, ai suoi occhi, appaiono effimere e poco durevoli. Lassimi accussì è una serenata “per lasciarsi”, per dimenticare il peso della quotidianità, mentre il giorno avanza e il tempo “si mangia la vita, piena di nodi”. Un brano intimo, acustico, nel quale la melodia della voce si intreccia all’arpeggio di chitarra classica e ai colori del pianoforte. Tripoli, primo singolo estratto (guarda visual di Lù Magarò), unisce le assonanze fra i racconti di tanti giovani migranti che l’artista ha conosciuto al CPIA di Milano, dove insegna italiano da diversi anni. A livello musicale, il brano è incentrato su un loop di basso e batteria, sul quale la chitarra elettrica e l’organo fanno da protagonisti. Mappe stellari è il racconto della difficoltà di riconoscersi nel proprio corpo e di intessere relazioni. Difficoltà che possono essere lenite dall’incontro tra anime affini, sensibili, che tracciano connessioni astrali per arginare le fragilità giovanili. Sogno blu canta del cammino come metafora della vita, della fatica che porta alla crescita, alla rinascita dentro un sogno marino, mentre un faro lampeggia in lontananza. Zingarò è un inno alla libertà, alla vita “nomade” dei musicisti. Un brano dall’andamento folk, con influenze balcaniche. Europa è la descrizione di una terra di tradizione e cultura millenaria che, però, è sempre stata attraversata da guerre sanguinarie e incomunicabilità fra le persone. Una società che corre troppo veloce, ma che ha bisogno di trasformarsi nella porta pacifica e accogliente del domani. Vanniata, raccolta di “vanniate” dei venditori ambulanti, che l’artista sentiva passare davanti a casa quando era bambina, fa da sottofondo al racconto della “dduminaria” per la festa di San Giuseppe.

L’album è stato scritto da Beatrice Campisi e registrato ai Downtown Studios di Pavia. Il mixaggio è a cura di Alosi e il mastering presso il Duna Studio. Insieme a Beatrice Campisi – voce, cori, tamburo (Elanbeco, Zingarò, Vanniata) – al disco hanno collaborato Riccardo Maccabruni al pianoforte, chitarra classica (Elanbeco, Lassimi accussì), chitarra acustica (Mappe stellari), organo, fisarmonica, cori (Europa); Elisabetta Campisi al basso e cori (Sogno blu); Andrea Pisati alla batteria e percussioni, Alosi alla chitarra acustica (Tripoli, Europa); Rosario Lo Monaco alle chitarre elettriche; Laura Bagnis alla ghironda (Europa).
I testi del libro sono stati scritti da Beatrice Campisi, mentre le illustrazioni sono a cura di Elisabetta Campisi. La casa editrice è Edizioni Underground? e la grafica è a cura di Stefano Monti.

Ciao Beatrice, grazie per essere con noi. Partiamo dal titolo: L’ultima lucciola. Come nasce questa scelta?

Ciao, grazie a voi. La suggestione per il titolo nasce dalla lettura di un articolo di Pasolini, noto come “L’articolo delle lucciole”, in cui lo scrittore mette in relazione il vuoto del potere in Italia con la scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento. Ho decontestualizzato questa metafora e ho immaginato l’ultima lucciola, che rimane a lampeggiare in mezzo allo smog, come l’ultimo filo di speranza nel buio. Una speranza incarnata dall’idea di comunità, di solidarietà e di accoglienza.

 

Il progetto è sia letterario che musicale. Come si integrano questi due elementi?

Il progetto è pensato per far in modo che il lettore/ascoltatore possa immergersi in un viaggio, fatto di poesie, illustrazioni (di Elisabetta Campisi) e canzoni. Ho iniziato a scrivere le poesie, sotto forma di pensieri sparsi, da lì è venuta l’ispirazione per i disegni e i testi delle canzoni. Di conseguenza c’è un filo conduttore che attraversa temi sociali e storici e arriva a sfiorare universi più intimi e personali. 

 

Il brano Tripoli è il primo singolo estratto. Di cosa parla?

Tripoli unisce le assonanze fra i racconti di tanti giovani migranti che ho conosciuto al CPIA di Milano, dove insegno italiano da diversi anni: l’ingiustizia di rimanere intrappolati in Libia a quindici anni, dopo un lungo e difficile viaggio dall’Africa centrale; i sapori e i colori che cambiano durante la traversata verso il Nord e il sogno (spesso spezzato) di partire in mare per sentirsi liberi.

 

Qual è il messaggio che speri di trasmettere con questo progetto?

Spero che la “lucciola” dell’umanità rimanga accesa, che il dialogo, l’ascolto e il rispetto reciproco possano avere la meglio sull’odio. 

 

Il disco è stato prodotto da Alosi (ex Pan del Diavolo). Com’è nata questa collaborazione?

La collaborazione con Alosi è nata nel 2020 ai Downtown Studios di Pavia. Abbiamo lavorato insieme al mio secondo disco, “Ombre” e questo sodalizio artistico è proseguito con la produzione de “L’ultima lucciola”. 

 

Quali sono i prossimi passi per L’ultima lucciola?

Il 4 aprile è uscito il secondo brano (con video), “Elanbeco”, incentrato sulla figura di un ulivo secolare siciliano, che osserva le alterne vicende storiche dell’Italia, dal Risorgimento all’attuale crisi climatica, passando per le guerre mondiali, il 2 dicembre del ‘68 e le stragi di mafia. Un brano che mette in evidenza le mie radici isolane e si chiude con un’antica filastrocca in dialetto siciliano.

Prima dell’estate è prevista l’uscita di un terzo brano (con video) e naturalmente continueremo a portare lo spettacolo (fra canzoni, proiezioni e letture) in tour per tutta l’Italia, sia in formazione acustica, sia in full band.