Prima di scrivere queste righe, ho voluto osservare, analizzare e – nel mio piccolo – testare una sensazione che mi accompagna da tempo. Ora posso dirlo: non è solo un’impressione, ma una realtà sempre più evidente. L’estate, da qualche anno a questa parte, non è più solo una stagione. È diventata una vetrina. Un set perfetto per contenuti da postare, per esperienze da consumare rapidamente e da condividere sui social, spesso più per dovere che per reale desiderio.
I segnali sono ovunque: le immancabili foto con gambe vista mare, i cocktail inquadrati con il tramonto sullo sfondo, i locali scelti non per l’atmosfera o la qualità, ma per un’insegna al neon da filmare su Instagram. Tutto ruota attorno all’apparire, all’essere riconosciuti come “in”, come parte di una tendenza. Il luogo non è più importante in sé, quanto il fatto che venga percepito come popolare nel momento giusto.
Ricordate quando la moda era scattare una foto a Santorini, di spalle, con la pelle baciata dal tramonto greco? Ora quel cliché è stato messo da parte per fare spazio a un nuovo status symbol estivo: partecipare a un concerto, preferibilmente in uno stadio. Che sia un’icona della musica o un artista appena uscito, poco importa. Essere lì è ciò che conta. Conoscere la scaletta, capire il senso delle canzoni? Accessorio. L’importante è poter dire “io c’ero”, anche se si fatica a cantare metà dei brani.
Tutto questo rivela una dinamica più profonda: la musica, oggi, è sempre più influenzata da un ascolto superficiale, condizionato dal bisogno di appartenere a un gruppo, di aderire a un’immagine. Si ascolta ciò che “fa figo” ascoltare, non ciò che tocca davvero. Ho provato anch’io a mettere in cuffia artisti che vanno per la maggiore, quelli che dominano TikTok e Spotify. Ma spesso, lo ammetto, non riesco nemmeno ad arrivare al ritornello.
Questo non vuole essere un rifiuto nostalgico del presente, né una critica sterile. Ma un invito – forse anche a me stesso – a riscoprire il valore dell’autenticità, del gusto personale, della libertà di scegliere ciò che ci piace davvero. Perché, in un’epoca in cui tutto è condivisibile, il vero lusso potrebbe essere proprio questo: vivere e ascoltare per sé, non per gli altri.
I dati parlano chiaro. Prendiamo il caso di Vasco Rossi: i suoi concerti vanno sold out a poche ore dall’annuncio. Un fenomeno imponente, che però solleva una domanda legittima: quanti tra quelli che comprano un biglietto sono veri fan di Vasco? Quanti conoscono davvero la sua storia e le sue canzoni?
Sembra quasi che Vasco, oggi, sia diventato la nuova Santorini. Una tappa obbligata, più che una scelta autentica. E così, chi vorrebbe davvero vivere quell’esperienza per passione, per amore della musica, si ritrova escluso perché qualcun altro ha acquistato il biglietto solo per dire “ci sono stato”.
Questo meccanismo crea frustrazione. Lo si nota chiaramente il giorno dopo ogni grande concerto: social invasi da storie, video, selfie sotto il palco. E la reazione di molti è una battuta amara, ripetuta come un mantra: “A non andarci siamo rimasti io e io”.
Ma la verità è un’altra: se un artista non ti piace davvero, è giusto che tu non ci sia andato. Perché mai dovremmo sentirci obbligati a seguire il gregge per sentirci inclusi?
Sarebbe il caso di tornare a godersi la musica per quello che è: un’esperienza intima, personale, emozionale. E non uno strumento per apparire. Perché se continuiamo a consumare la musica come una moda, finirà per essere prodotta solo in funzione di questo – perdendo significato, profondità e valore.
Non dovremmo sorprenderci, allora, se non nascono più artisti capaci di lasciare un’impronta come Lucio Dalla o Francesco De Gregori. Se chiediamo solo “canzonette” da trend e concerti usa e getta, è quello che otterremo.

Capisco quegli artisti che, anche indirettamente, si lamentano di questa pressione. Ricordo un cantante che disse apertamente: “I fan mi chiedono urgentemente un nuovo album e io devo farlo”. Ma la musica non si produce “su ordinazione”, come una nuova stagione di una serie Netflix. Va sentita, va vissuta, va ispirata. Se non c’è un senso, non dovrebbe esserci un disco. Io quell’artista lo comprendo. Lui mi ha fatto capire che ciò che fa è per il puro piacere di portarlo al mondo e non per dovere discografico.
Ed è proprio questo il nodo: oggi molti vedono la musica come un contenuto da consumare in fretta, come una serie tv da bingewatchare. Si aspetta la “prossima uscita” con impazienza, ma raramente ci si chiede se valga davvero la pena.
Forse dovremmo reimparare a volere meno, ma volere meglio. Perché la bellezza di qualcosa non sta nel mostrarla al mondo, ma nel viverla fino in fondo. In silenzio, se serve. Anche senza una storia su Instagram.

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