Il 23 ottobre è uscito RIAVULI, il primo album in lingua siciliana di Alessandra Ponente, cantautrice e attrice palermitana la cui ricerca sonora si muove tra new folk, world music e canzone d’autore. Il disco raccoglie un percorso di scrittura e trasformazione sviluppatosi nel corso di diversi anni: dall’EP omonimo pubblicato nel 2022 alle più recenti canzoni Occhi e Ammucciati. Le tracce nate nella prima fase del progetto sono state nuovamente registrate e mixate da Riccardo Piparo presso Cantieri 51, acquisendo un respiro diverso e restituendo la maturazione artistica e personale della cantautrice. Ad accompagnare la pubblicazione dell’album è Nuvuli Bianchi, scelta come focus track e proposta in una nuova veste. Già semifinalista a Musicultura e finalista al Premio Pierangelo Bertoli, la canzone tiene insieme malinconia e speranza, fragilità e desiderio di andare oltre, aprendo il new folk di Ponente a una sensibilità pop senza rinunciare alla centralità della lingua siciliana.

Al centro della scrittura c’è il siciliano, con alcune parole italiane presenti soltanto in alcuni brani e una particolare attenzione alla parlata palermitana: una lingua che, come afferma la stessa artista, «viene dalla pancia». Emotiva, fisica e contemporanea, conserva suoni, costruzioni e parole appartenenti alla memoria della cultura e del canto popolare siciliano, trasformandoli in strumenti attraverso i quali osservare il presente. È in questa tensione fra radice e contemporaneità che si definisce l’identità musicale di Ponente: un new folk mediterraneo nel quale la tradizione non rappresenta un luogo in cui rifugiarsi, ma quello dal quale partire.


Dici che il siciliano è una lingua che «viene dalla pancia». Ti ricordi il momento in cui hai cominciato a usarlo per scrivere canzoni?
Il siciliano è la lingua nella quale sento che certe emozioni trovano il loro suono più vicino. Quando scrivo di desiderio, paura o separazione, mi permette di arrivare a qualcosa di fisico, prima ancora che ragionato. Dire che viene dalla pancia significa questo: le parole hanno un peso, un ritmo, una temperatura. Ho riconosciuto in questa lingua una possibilità di essere più vicina a ciò che volevo raccontare.

C’è una parola di RIAVULI che per te sarebbe impossibile tradurre in italiano senza perdere qualcosa?
“Ammucciati”. In italiano diciamo “nascosti”, ma nel suono di quella parola io sento anche il gesto del nascondersi, la complicità, il desiderio di proteggere qualcosa dallo sguardo degli altri. Nella canzone è un amore clandestino, carnale e malinconico, che ha pochissimo tempo per esistere e continua poi a vivere nei sogni. La traduzione ne restituisce il significato, ma cantandola in siciliano sento arrivare anche la pelle di quella storia.

Quali voci, suoni o ricordi della tua infanzia ritrovi nel modo in cui canti?
Per rispondere penso a “Sissi”, che mette in relazione la bambina che sono stata e la donna che sono diventata. Ci sono i sogni, le fantasie e le lampare sul mare: immagini nelle quali quella bambina continua a vivere. Più che ricondurre il mio canto a una sola voce, riconosco una sensibilità legata alla memoria e alla musicalità della lingua. Mi interessa portare con me quella parte di sguardo, anche quando canto qualcosa che appartiene alla mia vita adulta.

Come lavori sulla lingua per raccontare sentimenti e situazioni di oggi?

Parto da ciò che mi riguarda oggi: una scelta rimandata, un amore che si nasconde, il desiderio, il peso dei giudizi. Il siciliano può dire tutto questo con una precisione e una forza che sento mie. Lavoro sul suono delle parole e sulla loro verità dentro una frase, con attenzione alla parlata palermitana e alla sua memoria. Quella memoria entra nel presente: diventa il modo in cui osservo le relazioni e quello che mi succede intorno.

Che cosa ti incuriosisce della reazione di chi ascolta le tue canzoni senza conoscere il siciliano?

Mi incuriosisce capire che cosa arriva prima del significato letterale: una tensione, una dolcezza, il ritmo, un’emozione della voce. La musica permette anche questo tipo di incontro. Naturalmente mi piace che si possa poi entrare nei testi e scoprirne le sfumature. Ma il desiderio, la paura di scegliere, il bisogno di liberarsi da un giudizio appartengono a tutti. Il siciliano dà a queste esperienze una voce precisa, che può incontrare anche chi quella lingua non la parla.

Quale parte di Palermo entra nel disco, anche quando non viene nominata?

Entra nella parlata, nel rapporto con il mare, nella fisicità con cui sento le parole. Penso alle lampare di “Sissi”, al mare a cui affidare una confessione in “Comu ciù ricu o mari”, alle balate che scottano sotto i piedi in “Abballo”. E poi entra nello sguardo degli altri, nel giudizio, nelle contraddizioni che attraversano le relazioni. Palermo è una presenza dentro il mio modo di raccontare: a volte basta una parola per sentirla.